Xbox crolla e Asha Sharma ammette il fallimento: e adesso?
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Tre mesi al vertice e già si parla di crisi
Ci sono dichiarazioni che fanno rumore appena vengono pronunciate. Quella di Asha Sharma, CEO di Xbox da meno di tre mesi, è una di quelle. In un comunicato riportato da PC Gamer, la manager ha ammesso senza troppi giri di parole che la crescita dei giocatori e dei ricavi non ha ancora raggiunto le ambizioni di Microsoft. Una frase breve, asciutta, quasi disarmante nella sua onestà. Ma dietro quella frase si nasconde una storia molto più lunga e complicata.
Il problema non è Asha Sharma
Sarebbe facile — e ingiusto — scaricare tutto sulle spalle di una persona che ha preso le redini del brand Xbox da pochissime settimane. Sharma ha ereditato una situazione già compromessa, frutto di anni di decisioni discutibili da parte di Microsoft Gaming. Chiusure di studi storici come Arkane Austin e Tango Gameworks, un Game Pass che fatica a giustificare i rincari di prezzo, titoli first-party che hanno deluso sia la critica che il pubblico: il quadro era già abbastanza cupo prima del suo arrivo.
Eppure, la sua ammissione pubblica è significativa. Non è il classico linguaggio corporate fatto di «stiamo lavorando per migliorare» e «il futuro è luminoso». È una presa di coscienza, forse forzata dalle circostanze, ma pur sempre una presa di coscienza. E questo, nel mondo spesso opaco della comunicazione aziendale nel gaming, non è cosa da poco.
Microsoft Gaming: un colosso con i piedi di argilla
Facciamo un passo indietro. Microsoft ha speso cifre astronomiche per costruire il proprio impero nel gaming: l'acquisizione di Activision Blizzard da sola è costata quasi 69 miliardi di dollari. Una somma che avrebbe dovuto trasformare Xbox in una potenza inattaccabile, con franchise come Call of Duty, Diablo e World of Warcraft nel proprio arsenale.
Eppure i numeri continuano a non tornare. Il Game Pass ha rallentato la sua crescita. Le console Xbox Series X e S vendono meno rispetto alla concorrenza di PlayStation. E i titoli esclusivi — quelli che dovrebbero essere il vero motore dell'ecosistema — continuano a non convincere del tutto. Indiana Jones and the Great Circle è stato un raggio di sole, certo, ma un titolo non fa primavera.
- Studi chiusi prematuramente prima ancora di poter esprimere il loro potenziale
- Game Pass sempre più caro e con un catalogo che fatica a giustificare il prezzo
- Hardware in difficoltà nel confronto diretto con PS5
- Comunicazione confusa sulla direzione strategica del brand
L'Xbox Mode su Windows 11: un simbolo perfetto del problema
Non è un caso che, proprio in questi stessi giorni, sia arrivata la notizia dell'Xbox Mode per Windows 11: una nuova interfaccia dedicata ai giocatori che, come abbiamo già discusso, si è rivelata essere nient'altro che uno skin grafico senza alcun impatto reale sulle prestazioni. È quasi una metafora perfetta della situazione attuale di Xbox: tanta forma, poca sostanza.
Microsoft sembra ossessionata dall'idea di sembrare una piattaforma gaming di primo piano, più che dall'essere effettivamente tale. Si investe in interfacce, in rebranding, in annunci roboanti — ma i fondamentali continuano a scricchiolare.
Cosa serve davvero a Xbox per riprendersi
La domanda che tutti si pongono è ovvia: c'è ancora una via d'uscita? La risposta è sì, ma richiede scelte coraggiose che finora Microsoft non ha dimostrato di saper fare con coerenza.
Prima di tutto, servono giochi. Giochi forti, originali, esclusivi. Non multipiattaforma day-one che tolgono ogni ragione di acquistare una Xbox, ma esperienze che giustifichino l'ecosistema. In secondo luogo, bisogna smettere di chiudere studi ogni volta che un progetto non genera utili nel breve periodo: la creatività ha bisogno di tempo, e Microsoft continua a non capirlo.
Infine, e forse soprattutto, serve una visione chiara e comunicata bene. Asha Sharma ha l'opportunità di diventare la persona che finalmente dà a Xbox una direzione credibile. Ma le parole, per quanto oneste, non bastano. Servono fatti.
Il verdetto
L'ammissione di Sharma è un buon punto di partenza: riconoscere un problema è il primo passo per risolverlo. Ma Xbox ha bisogno di molto più di una CEO onesta — ha bisogno di una strategia che funzioni davvero, e in fretta. Il mercato non aspetta, i giocatori nemmeno.
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