Ubisoft: un ex dirigente svela perché il gigante è crollato

Quando un gigante smette di sognare
C'è un momento preciso in cui una grande azienda cessa di essere una fucina di idee e diventa una macchina da soldi che ha paura di se stessa. Per Ubisoft, secondo chi l'ha vissuta dall'interno, quel momento è arrivato prima di quanto molti pensassero. Alex Hutchinson, regista che ha lavorato a capitoli fondamentali di Assassin's Creed e Far Cry, ha deciso di parlare chiaro, e le sue parole stanno girando il mondo del gaming come una bomba a orologeria.
Come riportato da PC Gamer, Hutchinson ha descritto Ubisoft come un'azienda diventata «allergica ai nuovi giochi», una formula che suona quasi paradossale per una software house che dovrebbe vivere di creatività e innovazione. Ma dietro quella frase c'è una diagnosi precisa e, purtroppo, riconoscibile.
La trappola del franchise sicuro
Chiunque segua l'industria videoludica sa bene di cosa stiamo parlando. Ubisoft, nel corso degli anni, ha costruito un impero fatto di formule collaudate: mondo aperto, torri di sincronizzazione, basi nemiche da conquistare, crafting system. Funzionava, vendeva, e quindi perché cambiare?
Il problema è che questa logica, portata all'estremo, soffoca qualsiasi spinta creativa. I team interni iniziano a proporre idee nuove, IP originali, gameplay sperimentali — e si trovano davanti a un muro. Non per cattiveria, ma per paura del rischio finanziario. È più sicuro fare il tredicesimo capitolo di un franchise già amato che scommettere su qualcosa di inedito.
Hutchinson lo chiama «allergia», ed è un termine perfetto. Non si tratta di un rifiuto consapevole e ragionato, ma di una reazione quasi involontaria, istintiva, al solo odore di novità. E come tutte le allergie, peggiora col tempo.
La fuga dei talenti: il danno più grave
La conseguenza più devastante di questa mentalità non è stata un gioco brutto o un trimestre finanziario negativo. È stato il talent drain, la fuga silenziosa e inesorabile dei creativi più brillanti verso altri lidi.
Quando un game designer ambizioso capisce che le sue idee non troveranno mai spazio, ha due opzioni: adattarsi o andarsene. E i migliori, quelli con il talento e la visione per fare la differenza, scelgono quasi sempre la seconda strada. Fondano studi indipendenti, si uniscono a competitor più coraggiosi, o lanciano progetti in crowdfunding che raccolgono milioni in poche ore.
Ubisoft ha perso persone straordinarie in questo modo. Hutchinson stesso ne è un esempio vivente. E ogni addio porta via non solo un individuo, ma anni di esperienza, reti di relazioni, cultura aziendale difficilissima da ricostruire.
Un problema sistemico dell'industria
Sarebbe però sbagliato dipingere Ubisoft come un caso isolato. La verità è che questa dinamica riguarda buona parte delle grandi publisher del settore. L'avversione al rischio è endemica nelle aziende quotate in borsa, dove ogni trimestre bisogna rispondere agli azionisti con numeri positivi.
Il videogioco, però, non è un settore ordinario. È un'arte applicata che richiede visione a lungo termine, tolleranza per il fallimento e la capacità di sorprendere il pubblico. Le IP che oggi valgono miliardi — da The Last of Us a Dark Souls, da Minecraft a Hollow Knight — sono nate da scommesse folli che qualcuno, da qualche parte, ha avuto il coraggio di fare.
Quando si smette di fare quelle scommesse, si può sopravvivere per anni grazie al catalogo esistente. Ma è una sopravvivenza senza futuro.
Cosa succederà adesso a Ubisoft?
Il 2025 e i primi mesi del 2026 sono stati durissimi per la casa francese. Titoli attesi che non hanno rispettato le aspettative, ristrutturazioni interne, rumor su possibili acquisizioni o fusioni. Il contesto in cui arrivano le parole di Hutchinson non è casuale: è il momento in cui chi era dentro e ora è fuori può finalmente parlare senza filtri.
La domanda che tutti si pongono è: è ancora possibile una rinascita? La risposta onesta è sì, ma richiede un cambiamento culturale profondo, non una semplice operazione di marketing o il lancio di un gioco di successo. Serve ricostruire la fiducia dei creativi, dare loro spazio e tempo, accettare che non ogni progetto diventerà un blockbuster.
Alcune aziende ci sono riuscite. Altre no. Per Ubisoft, il tempo stringe.
Il verdetto di chi ha vissuto il sistema dall'interno
Le testimonianze di ex dipendenti come Hutchinson sono preziose proprio perché non nascono dall'astio o dalla voglia di fare polemica. Nascono dalla frustrazione di chi aveva idee, voleva realizzarle, e si è trovato intrappolato in una struttura incapace di ascoltarle. È una critica costruttiva, anche se brucia.
Per noi appassionati, queste notizie fanno riflettere su qualcosa di più grande: il tipo di industria videoludica che vogliamo sostenere. Ogni acquisto è un voto. E forse è arrivato il momento di votare con più consapevolezza.
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