Vai al contenuto
OfferteAI

Ubisoft chiude ancora: quando finisce questa emorragia?

4 min di lettura
  • #Ubisoft
  • #industria videogiochi
  • #licenziamenti
  • #gaming industry
  • #crisi publisher
Ubisoft chiude ancora: quando finisce questa emorragia?

Un'altra settimana, un'altra chiusura in casa Ubisoft

È diventata quasi una routine, e questo è forse l'aspetto più inquietante di tutta la faccenda. Come riportato da PC Gamer, Ubisoft ha annunciato la chiusura dei propri studi di Winnipeg e Belgrado, con quasi un terzo del team di Barcellona che perde il lavoro. Centinaia di persone, vite, carriere, sogni professionali — spazzati via con un comunicato aziendale.

Potremmo fermarci qui, alla cronaca pura. Ma sarebbe troppo facile. Vale la pena chiedersi: come si è arrivati a questo punto, e soprattutto, dove stiamo andando?

Il problema non è la crisi: è la strategia

Ubisoft ha attraversato periodi difficili in passato, come quasi tutte le grandi software house. Ma quello che stiamo vedendo oggi non assomiglia a una correzione di rotta temporanea: assomiglia al lento sgretolamento di un modello di business che non funziona più — e che forse non ha mai funzionato davvero nel lungo periodo.

Per anni il colosso francese ha puntato su un approccio industriale alla produzione videoludica: open world enormi ma vuoti, sistemi di progressione gonfiati, contenuti post-lancio monetizzati fino all'osso. Titoli come Skull and Bones — un disastro commerciale da decine di milioni di euro — o i recenti capitoli di Assassin's Creed che hanno faticato a convincere il pubblico, sono il segnale di qualcosa di strutturalmente sbagliato.

Il punto non è che Ubisoft faccia brutti giochi. Il punto è che Ubisoft sembra aver perso il contatto con ciò che i giocatori vogliono davvero. E invece di correggersi con umiltà e creatività, ha risposto tagliando persone.

Le vittime silenziose di ogni ristrutturazione

C'è una cosa che i comunicati stampa aziendali non dicono mai chiaramente: dietro ogni studio chiuso ci sono sviluppatori, artisti, designer, programmatori che magari lavoravano su quel progetto da anni. Persone che si sono formate professionalmente in quella realtà, che hanno scommesso sulla stabilità di un grande publisher.

Studi come Ubisoft Winnipeg o Ubisoft Belgrado non erano semplici filiali intercambiabili: erano comunità di talenti locali, spesso con competenze specifiche e culture creative proprie. Chiuderli non è solo una voce contabile — è la distruzione di un ecosistema creativo che ci ha messo anni a costruirsi.

L'industria videoludica nel suo complesso sta vivendo una fase di contrazione che preoccupa: solo negli ultimi due anni abbiamo assistito a licenziamenti di massa in quasi tutti i grandi publisher. Ma Ubisoft sembra stare peggio della media, e questo richiede una riflessione più profonda.

La domanda che nessuno vuole fare ad alta voce

Esiste un punto di non ritorno per un'azienda come Ubisoft? È una domanda scomoda, ma legittima. Con ogni chiusura, con ogni ondata di licenziamenti, il publisher perde non solo personale — perde memoria storica, esperienza accumulata, fiducia interna.

I talenti migliori, quelli con le alternative, se ne vanno. Rimane chi non può o non vuole spostarsi, spesso non per scelta ma per necessità. E la qualità media dei prodotti ne risente, innescando un circolo vizioso difficile da spezzare.

  • Prodotti mediocri → vendite deludenti
  • Vendite deludenti → tagli e chiusure
  • Tagli e chiusure → fuga di talenti
  • Fuga di talenti → prodotti ancora più mediocri

Questo schema è già stato visto altrove. Non sempre porta al fallimento immediato — le grandi aziende hanno riserve e strutture che le tengono a galla a lungo — ma porta quasi sempre a un ridimensionamento drastico e irreversibile.

Cosa dovrebbe fare Ubisoft (e probabilmente non farà)

La risposta ovvia sarebbe: smettere di rincorrere tendenze di mercato con anni di ritardo, dare autonomia creativa agli studi, scommettere su progetti più piccoli e ambiziosi invece di blockbuster da cento milioni che deludono tutti. Riscoprire il coraggio editoriale che aveva negli anni d'oro — quelli di Beyond Good & Evil, del primo Assassin's Creed, di Rayman Origins.

Ma Ubisoft è una società quotata in borsa, con azionisti da soddisfare ogni trimestre. E questo tipo di logica mal si concilia con la pazienza creativa che il gaming di qualità richiede. Finché il mercato finanziario peserà più del giudizio dei giocatori, difficilmente le cose cambieranno.

Il momento di essere onesti

Come appassionati di videogiochi, è giusto essere arrabbiati. Non solo per i posti di lavoro persi — anche se quello dovrebbe bastare — ma perché ogni studio chiuso è un possibile capolavoro che non vedremo mai. Ogni sviluppatore licenziato è una voce creativa che potrebbe non trovare più spazio nell'industria.

Ubisoft non è il cattivo di un film. È un'azienda che ha fatto scelte sbagliate per troppo tempo, e ora ne paga le conseguenze facendole pagare ai propri dipendenti. La differenza non è sottile: è enorme.

Speriamo che questa ennesima ristrutturazione sia davvero l'ultima. Ma onestamente? Ci crediamo sempre meno.

Dove comprare

Ricevi le offerte su Telegram

Una notifica appena un gioco che segui scende di prezzo, niente spam.

Articoli correlati