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L'arte con l'AI divide ancora: il caso Riven è uno specchio

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L'arte con l'AI divide ancora: il caso Riven è uno specchio

Quando difendere l'AI diventa più difficile della cosa stessa

C'è una scena che si ripete, quasi con cadenza mensile, nel mondo dei videogiochi: qualcuno usa l'intelligenza artificiale per creare qualcosa, viene scoperto, e scoppia il putiferio. Questa volta tocca a Rand Miller, co-creatore del leggendario Riven, finito al centro di una polemica per aver utilizzato arte generativa per accompagnare l'uscita della colonna sonora in vinile del gioco. Come riportato da PC Gamer, Miller ha risposto alle critiche con una frase che ha fatto discutere: «Qualsiasi artista può prendere un pennello e, senza pensare, creare spazzatura».

Una difesa che, in superficie, sembra quasi ragionevole. Ma se ci si ferma un secondo a riflettere, rivela tutto il problema di come una certa parte dell'industria stia ancora inquadrando male la questione.

Il confronto sbagliato

Il punto di Miller è che l'AI, come qualsiasi strumento, può produrre risultati mediocri o eccellenti a seconda di chi la usa. Un argomento tecnicamente corretto, ma che schiva elegantemente la domanda vera: chi ha creato i dati su cui l'AI si è addestrata?

Paragonare un artista umano che produce «slop» con un sistema di AI generativa è un falso sillogismo. L'artista umano, anche quando sbaglia, usa la propria esperienza, le proprie influenze, i propri errori. L'AI, invece, si nutre di milioni di opere realizzate da altri esseri umani, spesso senza consenso e senza compenso. Non è una questione di qualità del risultato finale — è una questione di come quel risultato viene raggiunto.

Il momento sbagliato per una scelta discutibile

C'è poi un elemento di contesto che rende questa vicenda ancora più difficile da digerire. Riven è un gioco del 1997, un titolo che vive nella memoria collettiva dei giocatori come un'opera d'arte artigianale. Ogni pixel di quell'avventura punta-e-clicca trasudava cura manuale, lavoro umano, scelte estetiche ponderate.

Pubblicare la colonna sonora in vinile — un formato che è già di per sé un gesto romantico verso la materialità e il lavoro analogico — e accompagnarla con immagini generate dall'AI è quasi un controsenso filosofico. È come stampare un libro di poesie con una copertina fotografata da un drone automatico perché «costa meno».

Il momento che avrebbe dovuto essere una celebrazione, un tributo a un'opera storica e alla sua community, si è trasformato in un campo di battaglia. E onestamente, era prevedibile.

Il problema non è l'AI in sé

Attenzione: non stiamo dicendo che l'intelligenza artificiale non abbia spazio nel settore videoludico. Sarebbe una posizione ingenua. Già oggi viene usata per doppiaggi, per la generazione di texture ripetitive, per il testing automatizzato. Strumenti come questi, quando affiancano il lavoro umano senza sostituirlo, possono essere preziosi.

Il problema nasce quando l'AI viene usata per tagliare i costi a scapito degli artisti, soprattutto in contesti — come il materiale promozionale o le copertine — dove il lavoro creativo umano ha un valore simbolico e relazionale enorme. La community di un gioco come Riven non è solo un pubblico passivo: è una parte dell'identità culturale del prodotto stesso.

Due pesi, due misure nel settore

Vale la pena notare una certa ironia nel panorama attuale. Proprio in questi giorni, Two Point Museum ha annunciato il suo DLC Arty Facts con tanto di dichiarazione esplicita: «nessuna AI generativa coinvolta». Come riportato da PC Gamer, il team ha sentito il bisogno di sottolinearlo esplicitamente — e il fatto che questa precisazione sia diventata necessaria dice tutto sullo stato del dibattito.

Siamo arrivati al punto in cui comunicare che non hai usato l'AI è diventato un elemento di marketing. È un segnale chiaro di quanto la fiducia del pubblico nei confronti di certe scelte produttive si sia incrinata.

Conclusione: la questione è di rispetto, non di tecnologia

La difesa di Rand Miller, al netto delle buone intenzioni, suona come una razionalizzazione a posteriori. Forse la scelta è stata dettata da vincoli di budget, forse da una sottovalutazione della reazione del pubblico. Ma il risultato è lo stesso: un momento di celebrazione trasformato in polemica, e una community ferita.

Il dibattito sull'AI nell'arte non si risolverà presto. Ma una cosa è chiara: ogni volta che qualcuno usa questi strumenti senza trasparenza, senza riconoscere il debito verso gli artisti umani che hanno alimentato quei modelli, e senza considerare il contesto emotivo in cui si inserisce la scelta, sta buttando benzina su un fuoco che il settore non può permettersi di alimentare ulteriormente.

Riven meritava di meglio. E probabilmente anche Miller lo sa.

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