Enter the Gungeon a 10 anni: il roguelike ha tradito se stesso?
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Dieci anni di proiettili, urla e permadeath: buon compleanno, Gungeon
È difficile credere che siano già passati dieci anni da quando Enter the Gungeon ha fatto irruzione nelle nostre vite, portando con sé proiettili schivabili, armi assurde e una difficoltà capace di far perdere la pazienza anche ai giocatori più stoici. Dodge Roll ha creato qualcosa di speciale nel 2016 — un roguelike denso, viscerale, costruito con una cura artigianale che si sentiva in ogni singola stanza generata proceduralmente.
Eppure, nel celebrare questo anniversario, i creatori del gioco hanno scelto di non limitarsi ai brindisi e ai ricordi nostalgici. PC Gamer riporta che il team ha lanciato una critica piuttosto diretta all'evoluzione del genere: «Stiamo vedendo il roguelike mutare verso una versione di sé stesso che la popolarità ha reso irriconoscibile». Parole dure, ma necessarie.
Il problema della popolarità che distorce tutto
Quando un genere esplode, succede sempre la stessa cosa: arriva la massa di imitatori, arrivano i prodotti costruiti a tavolino per intercettare il pubblico, e lentamente l'essenza originale si dissolve. È accaduto con i Battle Royale, è accaduto con i Souls-like, e secondo Dodge Roll sta accadendo — anzi, è già accaduto — con i roguelike.
Il punto centrale della critica non è la quantità di titoli che si definiscono roguelike, ma la qualità dell'intenzione che li muove. I creatori di Gungeon sottolineano che pochissimi sviluppatori contemporanei sembrano voler davvero replicare quell'esperienza primordiale, quella sensazione di giocare a Rogue — il titolo del 1980 da cui tutto è partito — con la sua brutalità casuale, la sua natura quasi filosofica del fallire e ricominciare.
Oggi il roguelike è diventato spesso sinonimo di progression system permanente: sblocchi, potenziamenti meta, valute speciali che rendono ogni run un piccolo passo verso una build finale imbattibile. Non è necessariamente sbagliato come design, ma è un'altra cosa. È il roguelite portato all'estremo, svuotato di tensione autentica.
Il roguelite ci ha resi... pigri?
Qui voglio essere onesto con voi: anch'io ho passato decine di ore su Hades, su Dead Cells, su Slay the Spire. Giochi straordinari, costruiti benissimo, che però offrono sempre una rete di sicurezza. La progressione permanente esiste per smussare la frustrazione, per rendere il genere accessibile a un pubblico più ampio. E funziona — funziona benissimo, commercialmente parlando.
Ma c'è qualcosa che si perde. La tensione pura di una run in Enter the Gungeon, dove sai che un errore di valutazione può mandarti a rileggere i tuoi peccati nella schermata di game over, è una sensazione che pochi giochi moderni riescono a replicare. Quella tensione nasce proprio dall'assenza di reti di sicurezza, dall'idea che ogni oggetto trovato, ogni boss affrontato, ogni stanza attraversata conti davvero.
Chi ha ancora il coraggio di essere crudele?
La domanda che Dodge Roll pone implicitamente è questa: esiste ancora spazio per un roguelike che non scenda a compromessi? Che non offra sblocchi permanenti, che non tenga per mano il giocatore, che sia disposto a essere impopolare pur di rimanere fedele a una visione?
La risposta, purtroppo, è sempre più rara. Il mercato premia chi ammorbidisce le proprie spigolature. Le recensioni positive su Steam premiano l'accessibilità. I content creator preferiscono mostrare run vincenti piuttosto che l'ennesima morte imbarazzante al primo boss.
- Il roguelike puro richiede pazienza, studio e umiltà — qualità che il mercato attuale non incentiva.
- Il roguelite offre gratificazione costante, progression visibile, senso di crescita anche nella sconfitta.
- La linea tra i due si è fatta sempre più sottile, fino a diventare quasi invisibile.
La nostalgia non basta, ma il punto è valido
Sarebbe facile liquidare la critica di Dodge Roll come semplice nostalgia da veterani del settore, come il classico «ai miei tempi sì che era difficile» che ogni generazione di sviluppatori prima o poi pronuncia. E in parte, forse, lo è.
Ma il punto di fondo rimane valido: il genere si è standardizzato intorno a un modello commercialmente sicuro, e l'innovazione vera — quella che spaventa, che divide, che richiede coraggio — è diventata merce rara. Enter the Gungeon nel 2016 era un atto d'amore verso qualcosa di difficile da amare. Quanti giochi del 2026 possono dire lo stesso?
Buon compleanno, Gungeon. E grazie per ricordarci cosa significa fare qualcosa con le palle — letteralmente e metaforicamente.
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