Dragon Quest 12 riparte da zero: coraggio o disastro?
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Quarant'anni di storia e un reboot inaspettato
Quando Square Enix ha annunciato un evento speciale per il quarantesimo anniversario di Dragon Quest, i fan di tutto il mondo — italiani compresi — si sono radunati davanti agli schermi con una speranza ben precisa: finalmente notizie concrete su Dragon Quest 12: The Flames of Fate. Quello che hanno ottenuto, però, è qualcosa di molto diverso. E molto più destabilizzante.
Come riportato da Eurogamer, Square Enix ha di fatto resettato il progetto, presentando un nuovo titolo con una nuova identità. Non si chiama più The Flames of Fate. Il gioco che ci era stato promesso anni fa è stato accantonato, e al suo posto arriva qualcosa di nuovo, almeno nel nome e — presumibilmente — nella direzione creativa.
Un annuncio che divide
Partiamo da un dato di fatto: Dragon Quest 12 era stato annunciato nel 2021. Da allora, il silenzio. Quattro anni di attesa per una community che aveva già dovuto fare i conti con lo sviluppo interminabile di Dragon Quest XI, uscito nel 2017 in Giappone e solo nel 2018 in occidente. Chi segue la serie sa benissimo che i tempi di Square Enix in questo ambito sono biblici. Ma quattro anni senza un singolo screenshot in-game, senza gameplay, senza nulla — e poi un reboot — è un segnale che qualcosa è andato molto storto dietro le quinte.
La domanda che tutti si stanno facendo è semplice: perché? Le speculazioni abbondano. C'è chi parla di problemi interni alla divisione, chi punta il dito sulla perdita di Yuji Horii come forza creativa centrale nel progetto originale, chi invece ipotizza che il concept di base — un Dragon Quest più cupo e maturo, con un sistema di combattimento rinnovato — non abbia mai convinto abbastanza da reggere uno sviluppo completo.
Il lato positivo: meglio ora che mai
Cerchiamo però di essere onesti e di guardare la situazione con occhi lucidi. Un reboot in fase di sviluppo, per quanto doloroso da annunciare, è quasi sempre preferibile a un prodotto finito e difettoso. La storia del gaming è piena di titoli che sarebbero stati molto migliori se qualcuno avesse avuto il coraggio di fermarsi e ricominciare.
Square Enix ha almeno dimostrato di non voler consegnare qualcosa di mediocre pur di rispettare una tabella di marcia. E considerando che Dragon Quest è un brand culturalmente sacro in Giappone — al punto che per anni le uscite venivano programmate nei fine settimana per evitare che i lavoratori giapponesi disertassero gli uffici — la pressione di non sbagliare è enorme.
L'evento ha anche portato altre notizie interessanti: il port di Dragon Quest XI per Nintendo Switch 2 e il ritorno della serie Dragon Quest Monsters, che mancava dalle scene da tempo. Segnali che Square Enix vuole rilanciare il franchise su più fronti, non solo puntare tutto sul dodicesimo capitolo principale.
La vera domanda: ci possiamo fidare?
Qui arriva la parte scomoda. Square Enix degli ultimi anni non ha un curriculum immacolato quando si tratta di gestire le aspettative dei fan. Final Fantasy XVI ha diviso la critica. Final Fantasy VII Rebirth è stato accolto benissimo ma ha venduto meno del previsto. Il live service Foamstars è già un lontano ricordo. La casa di Osaka e Tokyo ha talento da vendere, ma la comunicazione con il pubblico è spesso caotica, e le promesse non sempre si traducono in realtà nei tempi annunciati.
Reboottare Dragon Quest 12 — uno dei titoli più attesi del decennio per gli appassionati di JRPG — e presentarlo con un nuovo nome senza mostrare gameplay concreto è un atto che richiede una fiducia cieca da parte del pubblico. E dopo anni di attesa, quella fiducia si è assottigliata parecchio.
Cosa vogliamo davvero
Quello che i fan di Dragon Quest meritano è semplice:
- Una finestra di uscita realistica, non un anno preciso che poi slitta
- Gameplay vero, non trailer cinematografici costruiti per emozionare senza mostrare nulla
- Una comunicazione trasparente su cosa è cambiato rispetto al progetto originale e perché
Dragon Quest è una serie che ha attraversato quarant'anni di storia videoludica restando sempre fedele a sé stessa. Ha resistito a mode, rivoluzioni grafiche e cambi generazionali mantenendo un'anima riconoscibile. Sarebbe un peccato che il capitolo chiamato a proiettarla nel futuro diventasse invece il simbolo di una gestione creativa confusa.
Speranza cauta
Il quarantesimo anniversario poteva essere l'occasione per un trionfo comunicativo. Square Enix ha invece scelto la strada più difficile: ammettere implicitamente che qualcosa non andava e ripartire. È un gesto che, nella sua difficoltà, merita rispetto. Ma il rispetto, nel gaming come nella vita, lo si guadagna con i fatti — e i fatti, per ora, dobbiamo ancora vederli.
Aspettiamo Dragon Quest 12, qualunque nome abbia. Ma questa volta, con le mani nei capelli e gli occhi spalancati.
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