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David Gaider e The Veilguard: EA ha tradito Dragon Age

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David Gaider e The Veilguard: EA ha tradito Dragon Age

Il creatore di Dragon Age non giocherà mai al suo erede. E ha ragione.

Ci sono dichiarazioni che fanno rumore, e poi ci sono quelle che fanno riflettere davvero. Quella di David Gaider, sceneggiatore principale e figura fondamentale dietro la nascita di Dragon Age, appartiene alla seconda categoria. Come riportato da PC Gamer, Gaider ha dichiarato senza giri di parole che non ha nessuna intenzione di giocare a Dragon Age: The Veilguard, perché passerebbe tutto il tempo a fare smorfie. Ma la parte più significativa — e più amara — del suo sfogo riguarda EA: «EA ha davvero combinato un bel disastro, mettendoli nelle condizioni di fallire».

Sono parole pesanti. Pesantissime. E vengono da qualcuno che quella serie l'ha costruita pezzo per pezzo, che conosce BioWare dall'interno, e che non ha più niente da perdere nell'essere onesto. Non si tratta di un hater che sfoga frustrazioni sui social. Si tratta di un autore che ha versato anni della sua vita in un universo narrativo, e che ora assiste impotente al modo in cui quell'universo è stato gestito — e secondo lui, deliberatamente mal gestito.

Il problema non è The Veilguard. Il problema è il sistema.

È facile prendersela con il gioco in sé. The Veilguard ha ricevuto critiche di ogni tipo: dal tono eccessivamente levigato rispetto ai predecessori, alle scelte narrative ritenute superficiali, fino all'approccio al combat che molti hanno trovato distante dall'identità RPG della serie. Ma Gaider non sta sparando sul prodotto finito. Sta puntando il dito contro chi ha creato le condizioni per quel prodotto.

EA è un publisher che da anni viene accusato di trattare i suoi studi creativi come asset finanziari piuttosto che come fucine di talenti. BioWare, in particolare, ha vissuto un decennio di tumulti interni, direzioni cambiate, progetti cancellati o rivoluzionati a metà sviluppo. Anthem è diventato il simbolo di un disastro produttivo figlio di pressioni esterne e mancanza di visione coerente. Andromeda è stato il capitolo di Mass Effect che nessuno voleva, realizzato da un team in condizioni difficilissime. E ora The Veilguard, che secondo Gaider è stato impostato per fallire ancora prima di uscire.

Ma cosa significa «impostato per fallire»?

La frase di Gaider non è una provocazione vuota. Nel contesto dell'industria videoludica, «impostare qualcuno per fallire» significa spesso una combinazione di fattori: budget inadeguati rispetto alle aspettative, tempistiche impossibili, cambi di rotta imposti dall'alto, team ridotti, e una pressione commerciale che non lascia spazio alla creatività autentica. Non sappiamo con certezza cosa sia successo nel dietro le quinte di The Veilguard, ma il pattern si ripete troppo spesso per essere casuale.

E la cosa tragica è che gli sviluppatori — quelli che ci mettono la faccia, le notti, la passione — finiscono per essere giudicati dal risultato finale, indipendentemente da quanto fossero strozzati dalle decisioni corporate. I giocatori si arrabbiano con BioWare. EA incassa (o perde) i soldi e va avanti. Il ciclo si ripete.

Gaider ha detto quello che molti pensano in silenzio

C'è qualcosa di liberatorio nella dichiarazione di Gaider, e penso che molta gente nel settore la senta così. Chi lavora nell'industria spesso non può permettersi di essere così diretto — ci sono NDA, ci sono future collaborazioni a rischio, ci sono dinamiche di potere che impongono il silenzio. Ma Gaider, che oggi lavora su progetti propri lontano da EA e BioWare, può finalmente dire quello che pensa.

E quello che pensa, in sostanza, è questo: non incolpate solo i dev, incolpate chi li ha messi in quella posizione. È un messaggio che dovrebbe far riflettere ogni giocatore che si è sfogato nei commenti contro BioWare per The Veilguard, ogni review che ha demolito il gioco senza contestualizzarlo, ogni discussione che ha trattato il fallimento come colpa esclusiva di chi ha premuto i tasti.

La lezione che l'industria non imparerà

Sarebbe bello concludere con un ottimismo che non sento. Sarebbe bello dire che EA ha imparato qualcosa, che BioWare è in mani migliori, che il futuro di Dragon Age è roseo. Ma guardando come stanno andando le cose nell'industria — con i licenziamenti a cascata, con i publisher che tagliano studi interi dopo un singolo flop, con la pressione degli investitori che sovrastata qualsiasi visione artistica — è difficile essere ottimisti.

Gaider non giocherà mai a The Veilguard. Forse è la scelta più sana che potesse fare. Ma noi, che quella serie l'abbiamo amata dalle origini, continuiamo a sperare che qualcuno, da qualche parte, ricordi perché Dragon Age esisteva: non per vendere pacchetti di contenuti, ma per raccontare storie che rimanessero addosso. Quello spirito, per ora, sembra sepolto sotto anni di decisioni sbagliate e priorità distorte.

E la voce di chi l'ha creato — esclusa, stanca, amareggiata — è forse il requiem più eloquente che quella serie potesse ricevere.

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