Il compositore di Deus Ex cerca lavoro: l'IA ha già vinto?

Cinquanta curriculum, un solo colloquio: benvenuti nel gaming del 2026
C'è una storia che circola in queste ore nel mondo del gaming e che, più di qualsiasi annuncio o trailer, racconta meglio di tutto lo stato reale dell'industria videoludica. Alexander Brandon, il compositore dietro alcune delle colonne sonore più iconiche della storia dei videogiochi — tra cui Deus Ex e Unreal — ha dichiarato pubblicamente di aver inviato cinquanta curriculum nell'arco di un anno intero, ottenendo in cambio un solo colloquio. Uno. Come riportato da PC Gamer, Brandon stesso ha definito la situazione semplicemente «brutale».
Ora, fermiamoci un secondo. Stiamo parlando di un professionista con decenni di esperienza alle spalle, autore di musiche che hanno contribuito a definire interi generi videoludici. Non è un debuttante che cerca il suo primo contratto. È qualcuno che ha letteralmente scritto la colonna sonora della nostra giovinezza videoludica. E nemmeno lui riesce a trovare lavoro. Se questo non vi spaventa, forse non avete capito bene la portata del problema.
L'elefante nella stanza si chiama intelligenza artificiale
Sarebbe disonesto non nominarlo: l'IA generativa applicata alla produzione audio è diventata negli ultimi due anni uno degli argomenti più caldi — e più divisivi — dell'industria del gaming. Gli strumenti disponibili oggi permettono a chiunque, con pochi clic e qualche prompt ben scritto, di generare musica di sottofondo funzionale, effetti sonori credibili, persino temi orchestrali passabili. Il tutto a una frazione del costo di un compositore umano.
Per uno studio indie con budget ridotto, la scelta può sembrare ovvia sul piano economico. E qui sta il vero cortocircuito: l'industria non sta abbandonando i compositori umani perché questi facciano un lavoro peggiore. Li sta abbandonando perché l'alternativa costa meno. È una logica puramente contabile, e questo la rende ancora più difficile da combattere con argomenti creativi o etici.
Non è solo una questione economica
C'è però un aspetto che spesso viene sottovalutato in questo dibattito: cosa si perde davvero quando si sostituisce un compositore umano con un algoritmo? La risposta non è semplice come sembra. Certo, un'IA può generare una traccia musicalmente coerente. Ma può costruire un tema che cresce insieme alla narrativa di un gioco? Può comprendere il peso emotivo di una scena, l'ambiguità morale di un personaggio, la tensione drammaturgica di un finale?
La colonna sonora di Deus Ex non era solo «musica per videogioco». Era un commento sonoro a un'intera visione distopica del futuro. Era funzionale all'atmosfera, certo, ma anche espressione di una voce artistica precisa. Quella voce aveva un nome, un'esperienza, una sensibilità. Oggi quella stessa voce fatica a trovare qualcuno disposto ad ascoltarla.
Il problema più grande: il silenzio dell'industria
Quello che trovo più preoccupante non è l'IA in sé — la tecnologia evolve, è sempre stato così. Quello che preoccupa è la mancanza di una risposta strutturata da parte dell'industria. Non esistono ancora tutele contrattuali chiare per i creativi freelance nel settore gaming. Non esistono linee guida condivise sull'uso dell'IA nella produzione musicale. Non esistono fondi di sostegno per i professionisti che si trovano improvvisamente fuori mercato.
Nel frattempo, gli studi continuano a licenziare — ricordiamo i mille dipendenti tagliati da Epic Games solo qualche mese fa — e i freelance come Brandon si ritrovano a competere, di fatto, non con altri compositori umani, ma con server farm che lavorano ventiquattr'ore su ventiquattro senza chiedere diritti o royalties.
- Mancanza di regolamentazione sull'uso dell'IA in produzione creativa
- Assenza di tutele per i lavoratori freelance del settore
- Pressione economica che premia il risparmio sulla qualità artistica
- Silenzio assordante da parte delle grandi publisher sul tema
La mia opinione: è ora di scegliere da che parte stare
Personalmente ritengo che questa vicenda debba essere un campanello d'allarme per tutti noi, giocatori inclusi. Ogni volta che acquistiamo un gioco prodotto con musiche generate dall'IA senza che sia dichiarato esplicitamente, stiamo indirettamente finanziando un sistema che sta erodendo il lavoro di professionisti reali. Non è una questione di luddismo tecnologico: è una questione di trasparenza e responsabilità.
I giocatori hanno il diritto di sapere come è stato prodotto il gioco che stanno per comprare. E i compositori — quelli veri, con una carriera e un'identità artistica — meritano almeno di essere considerati prima di essere sostituiti da un prompt. La storia di Alexander Brandon non è solo una storia triste di un singolo professionista in difficoltà. È lo specchio di un'industria che sta perdendo pezzi di sé stessa, un tema musicale alla volta.
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